La soluzione completa della Tipologia B2 della prima prova di Italiano 2026, incentrata sul testo di Piero Bianucci e sul rapporto tra scienza e creatività.
In questo articolo trovi lo svolgimento completo della traccia di Tipologia B2 della prima prova di Maturità 2026. Analizziamo l'estratto di Piero Bianucci sul legame tra scienza e narrazione, offrendo una guida alla comprensione e alla scrittura del testo argomentativo.
Scopri l'analisi dettagliata e i punti chiave per affrontare al meglio la prova d'esame.
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Tipologia B2
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia B2 di Maturità
Materia: Italiano 2026
La prova richiede l'analisi e la produzione di un testo argomentativo a partire da un estratto di Piero Bianucci, tratto dal saggio Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire. La prima parte della traccia è incentrata sulla comprensione degli snodi concettuali del brano, focalizzati sul legame tra scienza, creatività e narrazione; la seconda parte richiede l'elaborazione di un testo argomentativo personale sulle tematiche proposte.
Comprensione e analisi
1. Riassumi il contenuto del brano proposto.
Il testo di Piero Bianucci riflette sulla natura narrativa e creativa della scienza. L'autore sostiene che le scoperte scientifiche possiedano la struttura avvincente di un racconto, poiché si basano su "colpi di scena" derivanti da risultati spesso contro-intuitivi, che smentiscono l'apparenza sensibile della realtà (come nel caso del moto terrestre o della struttura della materia). A generare tali scoperte non è la mera applicazione di un metodo meccanico, bensì la "creatività" dei ricercatori. Attraverso esempi storici celebri (Röntgen, Einstein, Fleming), Bianucci dimostra come l'intuizione, il caso, l'analogia e il coraggio di sfidare le convenzioni siano elementi fondanti del progresso scientifico, fornendo al contempo un materiale narrativo di straordinaria efficacia per la divulgazione.
2. Per quale motivo l'autore afferma che 'le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena'?
L'autore afferma che le storie scientifiche si basano sulla sorpresa perché il progresso della conoscenza scardina costantemente le certezze consolidate e il senso comune. La scienza, procedendo per indagini profonde, rivela che la realtà non è come appare ai nostri sensi. Questo ribaltamento delle aspettative genera un vero e proprio "colpo di scena" narrativo, paragonabile alla rivelazione finale di un romanzo giallo, in cui il colpevole (o, fuor di metafora, la verità fisica) si rivela essere l'insospettabile.
3. Qual è la funzione della 'creatività' in relazione alle scoperte scientifiche?
Nel testo, la creatività assume la funzione di motore primario e indispensabile della scoperta scientifica. Essa è definita come una "dote insolita e ricca di fascino" che permette ai ricercatori di interpretare i dati in modo nuovo, di cogliere nessi invisibili tra fenomeni apparentemente distanti (come "l'analogia tra moto del tram e moto della luce" per Einstein) o di trasformare un banale imprevisto in una rivoluzione scientifica (come le colture batteriche ammuffite di Fleming). La creatività è dunque lo strumento cognitivo che permette di superare l'ovvietà e di formulare nuove ipotesi sul funzionamento del mondo.
4. Spiega, alla luce degli esempi riportati dall'autore, la frase 'Gli aspetti sorprendenti della scienza dipendono soprattutto dal fatto che spesso i suoi risultati sono contro intuitivi'.
L'espressione "contro intuitivi" si riferisce a concetti che contraddicono l'intuizione immediata e l'esperienza sensoriale quotidiana dell'essere umano. Bianucci illustra questo principio con esempi inoppugnabili: l'evidenza visiva suggerisce che "il Sole giri intorno alla Terra", mentre l'astronomia dimostra il contrario; il tatto ci restituisce l'idea di una materia "compatta e piena", mentre la fisica subatomica rivela che essa "è fatta soprattutto di vuoto". Allo stesso modo, la percezione macroscopica ignora la complessità microscopica, come nel caso del DNA, invisibile a occhio nudo ma contenitore di "tre miliardi di informazioni". La scienza è sorprendente proprio perché ci costringe a diffidare dei nostri stessi sensi, imponendo un cambio di paradigma mentale.
Produzione
L'estratto di Piero Bianucci solleva una questione di fondamentale importanza nel panorama culturale contemporaneo: la percezione della scienza non come arido accumulo di formule e dogmi, ma come impresa profondamente umana, intrisa di creatività, intuizione e narrazione. Nell'immaginario collettivo, spesso viziato da una rigida separazione scolastica tra materie umanistiche e discipline scientifiche, lo scienziato è stereotipato come un freddo calcolatore. Al contrario, la tesi di Bianucci ci invita a riconsiderare la ricerca scientifica come un atto di immaginazione, un'avventura intellettuale che condivide con l'arte e la letteratura la medesima radice: il bisogno di interpretare e raccontare il mondo.
La validità di questa prospettiva è confermata dall'epistemologia del Novecento. Karl Popper, ad esempio, ha ampiamente dimostrato come il metodo scientifico non proceda per mera induzione passiva, ma richieda la formulazione di ipotesi audaci, veri e propri "salti creativi" della mente, che solo in un secondo momento vengono sottoposti al vaglio rigoroso della falsificazione sperimentale. La creatività, dunque, non è un elemento accessorio della scienza, ma il suo innesco. Come ricorda Bianucci citando Alexander Fleming, il caso gioca un ruolo, ma, per usare le celebri parole di Louis Pasteur, "il caso favorisce solo le menti preparate". La muffa sulla piastra di Petri era un errore di laboratorio; è stata l'immaginazione creativa di Fleming a trasformarla nella penicillina.
flowchart TD
A[Osservazione Empirica] --> B{Senso Comune}
B -->|Contraddizione| C[Risultato Contro-intuitivo]
C --> D[Creatività Scientifica]
D --> E[Scoperta / Innovazione]
E --> F[Narrazione e Divulgazione]
F --> G[Comprensione del Pubblico]
D -.-> H[Fattori Esterni]
H -.->|Caso, Analogia, Curiosità| D
Riconoscere la struttura narrativa e creativa della scienza ha ricadute cruciali sulla divulgazione e sul rapporto tra comunità scientifica e società civile. Oggi viviamo in un'epoca dominata da sfide complesse – dai cambiamenti climatici alle pandemie, fino allo sviluppo dell'intelligenza artificiale – che richiedono una cittadinanza scientificamente alfabetizzata. Tuttavia, se la scienza viene comunicata come un monolite di verità inaccessibili, si genera alienazione, sfiducia e, nei casi peggiori, il proliferare di derive antiscientifiche e complottiste.
Se, invece, si adotta la prospettiva suggerita da Bianucci, comunicando la scienza attraverso il "colpo di scena" e il racconto del fattore umano (i dubbi, gli errori, le intuizioni improvvise), la disciplina diventa accessibile e affascinante. La narrazione scientifica ben costruita non banalizza il contenuto, ma lo traduce in un linguaggio universale. Opere di divulgatori come Carlo Rovelli, che racconta la fisica quantistica con la levità della poesia, o di Piero Angela, che ha fatto della chiarezza narrativa una missione televisiva, dimostrano che la scienza è, a tutti gli effetti, parte integrante della cultura umanistica.
In conclusione, la riflessione di Bianucci ci esorta a superare la dicotomia tra le "due culture" teorizzata da C.P. Snow. La scienza e l'arte non sono regni separati: entrambe nascono dallo stupore di fronte all'ignoto e dal coraggio di immaginare ciò che ancora non si vede. Comprendere che dietro un'equazione o un brevetto si nascondono storie di curiosità, interazione umana e pensiero controcorrente è il primo passo per restituire alla scienza il suo volto più autentico: quello di una delle più straordinarie e creative avventure dello spirito umano.
Tipologia C2
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia C2 di Maturità
Materia: Italiano 2026
La traccia propone una riflessione a partire da un brano di Mario Calabresi, tratto da Alzarsi all'alba, incentrato sul mutamento della percezione sociale del concetto di "fatica". Il candidato è invitato a elaborare le proprie considerazioni sull'argomento, attingendo alle proprie esperienze, letture e conoscenze, strutturando il testo in paragrafi titolati e fornendo un titolo complessivo.
Elogio della fatica: dall'illusione delle scorciatoie al valore della dedizione
Il mutamento semantico e sociale della fatica
Il brano di Mario Calabresi ci pone di fronte a una lucida disamina di come il concetto di "fatica" abbia subìto, nel passaggio tra il Novecento e il nuovo millennio, una radicale trasformazione semantica e valoriale. L'autore distingue nettamente la fatica intesa come logoramento fisico, retaggio di "fatiche antiche e terribili" da cui il secolo scorso ci ha progressivamente affrancati, dalla fatica intesa come virtù morale, declinata in "dedizione, costanza, pazienza, tenacia". È proprio quest'ultima accezione ad essere entrata in crisi nella contemporaneità. Si osserva oggi una tendenza diffusa a demonizzare lo sforzo, derubricandolo a ostacolo da rimuovere o, peggio, a sintomo di inefficienza. La società odierna, permeata dalla cultura dell'immediatezza, sembra aver smarrito la consapevolezza che il raggiungimento di obiettivi significativi richieda un processo lento e laborioso, abbracciando invece l'illusione che esistano sempre delle "scorciatoie".
L'illusione contemporanea del successo senza sforzo
Come sottolinea Calabresi, si è fatta strada "l'idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica". Questa utopia è quotidianamente alimentata dall'ecosistema digitale e mediatico in cui siamo immersi. I social network, in particolare, tendono a mostrare esclusivamente il traguardo raggiunto – la ricchezza, la fama, il corpo perfetto – omettendo sistematicamente il percorso di sacrifici necessario per ottenerlo. Si consolida così il mito del successo istantaneo e privo di attrito. In ambito educativo e familiare, questo si traduce nell'atteggiamento di genitori che si augurano che i figli siano "liberati o vaccinati" dalla fatica, attuando un iper-protezionismo che, paradossalmente, genera individui più fragili. Privando le nuove generazioni dell'esperienza dell'ostacolo e dello sforzo necessario per superarlo, si nega loro la possibilità di sviluppare quella che la psicologia definisce resilienza, ovvero la capacità di resistere agli urti della vita e di riorganizzare positivamente la propria esistenza.
La fatica invisibile e l'alienazione del lavoro
A fronte di questa narrazione dominante, la realtà materiale della società continua a reggersi su chi la fatica la vive quotidianamente. Calabresi rivolge lo sguardo a coloro che continuano ad "alzarsi all'alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti". Si tratta di una moltitudine silenziosa che garantisce il funzionamento del nostro "pezzo di mondo", dai lavoratori della logistica agli operatori sanitari, dagli agricoltori a chi si occupa del lavoro di cura. Il dramma contemporaneo non risiede solo nell'espletamento di queste mansioni gravose, ma nel fatto che chi le compie si senta "incompreso" e convinto di stare "dalla parte sbagliata della storia". In una società che celebra l'arricchimento rapido e il lavoro intellettuale smaterializzato, la fatica fisica e la dedizione silenziosa vengono relegate ai margini, private di quel riconoscimento sociale e di quella dignità che in passato venivano loro accordati. Si crea così una profonda frattura tra un'élite che vive l'illusione dell'assenza di sforzo e una classe lavoratrice che subisce lo stigma sociale della propria fatica.
Riappropriarsi della dedizione: la fatica come costruzione di sé
Di fronte a questo scenario, appare necessario un recupero del valore etico e formativo della fatica. In ambito letterario e filosofico, lo sforzo è sempre stato inteso come veicolo di elevazione. Basti pensare allo "studio matto e disperatissimo" di Giacomo Leopardi, che, pur logorando il corpo del poeta, ha rappresentato lo strumento imprescindibile per la sua immensa produzione intellettuale; o, in tempi più recenti, alle riflessioni del sociologo Richard Sennett sull'"uomo artigiano", colui che trova gratificazione nel fare bene il proprio lavoro per il semplice gusto di farlo, attraverso una dedizione metodica. Anche l'esperienza sportiva insegna che non esiste traguardo senza allenamento, sudore e fallimento. La fatica, in questo senso, non è una punizione, ma il metro di misura del valore che attribuiamo ai nostri desideri. È il processo attraverso il quale diamo forma alla nostra identità, imparando a tollerare la frustrazione e a posticipare la gratificazione.
Conclusione
In conclusione, la riflessione di Calabresi ci invita a smascherare l'inganno delle scorciatoie. Se da un lato è un dovere civile e politico continuare a lottare contro lo sfruttamento e le fatiche disumane che ancora affliggono parte dell'umanità, dall'altro è fondamentale riabilitare la fatica come "dedizione e costanza". Solo accettando che il percorso verso la realizzazione personale e collettiva sia intrinsecamente faticoso, potremo restituire dignità a chi lavora nell'ombra e, al contempo, fornire alle nuove generazioni gli strumenti autentici per affrontare la complessità del reale, liberandole dall'ansia di dover ottenere tutto e subito.
mindmap
root((La Fatica))
Accezione Moderna (Negativa)
Illusione delle scorciatoie
Mito del successo istantaneo
Iperprotezionismo genitoriale
Stigma sociale
Realtà Invisibile
Lavori ripetitivi e sfinenti
Sensazione di incomprensione
Mancanza di riconoscimento
Accezione Etica (Positiva)
Dedizione e tenacia
Costruzione dell'identità
Resilienza e pazienza
Valore del processo
Tipologia B3
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia B3 di Maturità
Materia: Italiano 2026
La prova propone un'analisi di natura sociologica e culturale incentrata sul progressivo assottigliamento dei confini generazionali nella società contemporanea. Attraverso un estratto del saggio di Frank Furedi, il candidato è chiamato a riflettere sulla riluttanza moderna ad abbracciare l'età adulta, analizzando le cause e le implicazioni di un paradigma culturale che idealizza la fanciullezza e stigmatizza la maturità.
Comprensione e analisi
1. Riassumi il contenuto del brano.
Il testo di Frank Furedi analizza la crisi dell'identità adulta nella società contemporanea, evidenziando come il confine tra le generazioni sia diventato sempre più labile. L'autore introduce la figura degli "adultescenti", individui anagraficamente maturi che rifuggono le responsabilità per prolungare uno stile di vita giovanile. Furedi osserva che la cultura odierna guarda all'età adulta con "sconforto", associandola esclusivamente a concetti negativi come lo stress e la solitudine. Di conseguenza, si assiste a un'idealizzazione della puerilità, dettata dal timore diffuso di affrontare gli impegni e le responsabilità che la vera maturità comporta.
2. Su quali basi l'autore afferma che 'la mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni è oggi ampiamente riconosciuta'?
L'autore fonda questa affermazione sull'osservazione del dibattito pubblico e mediatico, citando in particolare un articolo della nota rivista "The Atlantic". Il titolo stesso dell'articolo, "When Are You Really an Adult?" (Quando si è veramente adulti?), e la constatazione interna al pezzo secondo cui il confine tra infanzia ed età adulta risulta "più sfumato che mai", dimostrano come l'ambiguità generazionale non sia un'ipotesi isolata, ma un fenomeno sociologico palese, discusso e metabolizzato dalla cultura di massa.
3. Spiega il significato del termine 'adultescenti', senza ricorrere alle espressioni presenti nel brano.
Il neologismo "adultescente", nato dalla crasi tra "adulto" e "adolescente", definisce una condizione ibrida in cui un individuo, pur avendo raggiunto la maturità anagrafica e biologica, mantiene atteggiamenti, consumi e dinamiche relazionali tipici dell'età puberale. Si tratta di soggetti che rifuggono la stabilità, ritardano le scelte di vita definitive (come l'indipendenza abitativa o la costruzione di un nucleo familiare) e prediligono una quotidianità incentrata sulla gratificazione immediata, rifiutando il carico di doveri tradizionalmente associato all'emancipazione personale.
4. Spiega per quale motivo, a giudizio di Furedi, 'l'identità adulta' è circondata dalla 'sensazione di sconforto'.
Secondo Furedi, l'identità adulta genera sconforto perché la narrazione culturale contemporanea l'ha svuotata di ogni valenza positiva o di realizzazione personale. La maturità non è più percepita come un traguardo di autorevolezza e pienezza, ma viene descritta come una "seccatura". L'assunzione di responsabilità viene declassata a mera fonte di "stress", e l'indipendenza viene temuta in quanto potenziale causa di "solitudine". Mancando una "convalida da parte della cultura contemporanea", l'individuo guarda all'età adulta non come a un'evoluzione, ma come a una perdita di libertà e spensieratezza.
Produzione
La riflessione di Frank Furedi intercetta una delle dinamiche più complesse e pervasive della post-modernità: la progressiva erosione dei riti di passaggio e la conseguente fluidità dei confini generazionali. In un'epoca che il sociologo Zygmunt Bauman definirebbe "liquida", la transizione verso l'età adulta ha smesso di essere una linea di demarcazione netta per trasformarsi in una terra di mezzo indefinita. È possibile sostenere che la cancellazione di questo confine non sia unicamente imputabile a una debolezza psicologica del singolo, ma rappresenti il sintomo di una convergenza tra precarietà socio-economica e un paradigma culturale che ha eretto l'eterna giovinezza a valore assoluto.
In primo luogo, è innegabile che l'emergere della figura dell'adultescente abbia radici profondamente materiali. Le generazioni precedenti potevano contare su tappe biografiche standardizzate: l'ingresso nel mondo del lavoro, l'indipendenza economica, il matrimonio. Oggi, la strutturale precarizzazione del mercato del lavoro e l'inaccessibilità del mercato immobiliare per i più giovani impongono una moratoria forzata sull'età adulta. Diventa complesso assumersi le responsabilità tipiche della maturità quando mancano le basi materiali per sostenere tale indipendenza. In questo senso, il prolungamento dell'adolescenza è spesso una strategia di adattamento a un ecosistema economico ostile, prima ancora che una scelta edonistica.
Tuttavia, come sottolinea Furedi, esiste una matrice culturale altrettanto potente. La società dei consumi ha compreso che l'adolescente è il consumatore perfetto: volubile, orientato al presente, alla costante ricerca di gratificazione identitaria attraverso le merci. Estendere questa fase psicologica all'età adulta significa ampliare a dismisura il mercato. Di conseguenza, la cultura di massa bombarda l'individuo con l'imperativo di restare giovane, stigmatizzando l'invecchiamento e la serietà. L'età adulta, con il suo carico di doveri, la sua propensione al risparmio e la sua stabilità, risulta anti-economica e viene pertanto dipinta, come ricorda il testo, alla stregua di una "seccatura" generatrice di stress.
flowchart TD
A[Assottigliamento del confine generazionale] --> B(Fattori Socio-Economici)
A --> C(Fattori Culturali)
B --> B1[Precarizzazione del lavoro]
B --> B2[Ritardo nell'indipendenza materiale]
C --> C1[Mito dell'eterna giovinezza]
C --> C2[Percezione della maturità come stress]
B1 & B2 & C1 & C2 --> D[Diffusione dell'Adultescenza]
D --> E[Conseguenze Sociali]
E --> E1[Crisi dell'autorevolezza educativa]
E --> E2[Orizzontalità dei rapporti intergenerazionali]
Le conseguenze di questa destrutturazione dei confini sono visibili soprattutto nel tessuto sociale e familiare. Se l'adulto rifiuta il proprio status per mimetizzarsi con il giovane, viene meno la dialettica intergenerazionale. Si assiste a una pericolosa orizzontalità dei rapporti: genitori che ambiscono a essere "amici" dei figli, educatori che rinunciano all'autorevolezza per timore di apparire autoritari o antiquati. Questo vuoto di riferimenti maturi priva le nuove generazioni di quel necessario attrito con il mondo adulto, fondamentale per la costruzione di un'identità solida. Senza un confine chiaro da superare, la crescita si trasforma in un perenne galleggiamento.
Si potrebbe obiettare che l'abbattimento delle rigide gerarchie generazionali del passato abbia portato a una maggiore empatia e a un dialogo più aperto tra padri e figli, liberando l'età adulta da un'impostazione eccessivamente severa e formale. Sebbene sia vero che il superamento del patriarcato autoritario rappresenti una conquista civile, confondere l'autorevolezza con l'autoritarismo è un errore prospettico. L'empatia non esclude l'assunzione di un ruolo guida; al contrario, la richiede.
In conclusione, la riscoperta del confine generazionale auspicata da Furedi non deve tradursi in un ritorno anacronistico a modelli del passato, ma in una nuova semantizzazione dell'età adulta. Occorre smettere di narrare la maturità esclusivamente come rinuncia e solitudine, per tornare a valorizzarla come lo spazio della costruzione, della cura verso l'altro e della piena realizzazione civica. Solo riabilitando il prestigio della responsabilità sarà possibile arginare la deriva dell'adultescenza e restituire alle nuove generazioni il desiderio, e non il timore, di diventare grandi.
Tipologia A1
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia A1 di Maturità
Materia: Italiano (2026)
La prima parte della prova richiede l'analisi puntuale della lirica Passerò per Piazza di Spagna di Cesare Pavese, focalizzandosi sul contenuto, sulle scelte stilistiche e sull'atmosfera del testo. La seconda parte prevede la stesura di un testo interpretativo che, a partire dalla poesia, rifletta sul tema della proiezione dei sentimenti umani sul paesaggio circostante, con opportuni collegamenti interdisciplinari.
Comprensione e analisi
1. Presenta sinteticamente il contenuto della poesia.
La lirica descrive una passeggiata mattutina del poeta attraverso le strade di Roma, culminante in Piazza di Spagna. Il testo si configura come una visione anticipata, proiettata nel futuro, di un risveglio urbano primaverile o estivo. La città prende vita attraverso elementi architettonici ("scale", "terrazze", "fontane") e naturali ("fiori", "rondini") che sembrano animarsi e partecipare all'emozione del soggetto. Il paesaggio esteriore, caratterizzato da luce, suoni e colori, si fonde progressivamente con l'interiorità del poeta, il cui cuore batte in modo sussultante. Nella chiusa, l'intera visione urbana si rivela essere un'epifania della donna amata (l'attrice Constance Dowling), la cui immagine si sovrappone perfettamente all'atmosfera "ferma e chiara" della mattinata romana.
2. Analizza le scelte espressive dell'autore, con particolare riferimento all'uso dei tempi verbali e al lessico.
La scelta verbale più evidente è l'uso insistito del futuro indicativo ("Sarà", v. 1; "S'apriranno", v. 2; "muterà", v. 5; "occhieggeranno", v. 8; "canteranno", vv. 11 e 13; "batterà", v. 14; "salirà", v. 17; "sapranno", v. 18). Questo tempo non indica una semplice azione a venire, ma assume un valore profetico e ineluttabile: la visione si impone con la forza di un destino o di un mito.
A livello lessicale, Pavese impiega termini quotidiani e concreti, legati allo spazio urbano ("strade", "pietra", "fontane", "scale", "finestre"), innalzandoli attraverso l'uso di personificazioni e sinestesie. Si nota, ad esempio, l'attribuzione di azioni umane a elementi inanimati o animali ("I fiori [...] occhieggeranno come donne", vv. 6-8; "le pietre canteranno", v. 13; "Le finestre sapranno", v. 18). Il lessico è inoltre costruito su una forte antitesi tra il movimento caotico ("tumulto", vv. 4, 21; "sussultando", v. 14) e la staticità luminosa ("aria ferma", v. 5; "ferma e chiara", v. 24), riflettendo il dissidio interiore del poeta.
3. Quale significato può essere attribuito alle espressioni 's'apriranno/ s'aprirà'?
I verbi "S'apriranno" (v. 2) e "S'aprirà" (vv. 12, 20), posti in posizione di rilievo all'inizio del verso o dopo una pausa forte, possiedono una doppia valenza. Sul piano letterale e spaziale, indicano lo spalancarsi fisico delle vie strette verso l'ampiezza di Piazza di Spagna, o l'aprirsi di porte e finestre al nuovo giorno. Sul piano simbolico ed esistenziale, rappresentano una dilatazione dell'anima, un'apertura alla memoria e all'epifania amorosa. Segnano il passaggio da una condizione di chiusura e oppressione a una rivelazione assoluta e dolorosa, in cui lo spazio fisico diventa il palcoscenico su cui si manifesta il ricordo incombente della donna.
4. Quale atmosfera viene tratteggiata nella lirica? Rispondi con puntuali riferimenti al testo.
L'atmosfera della lirica è sospesa, luminosa e pervasa da una vibrante attesa. È un clima mattutino ("aria mattutina", v. 19) dominato da una luce nitida ("cielo chiaro", v. 1; "sole", v. 11), ma al contempo inquieto. Pavese costruisce questa atmosfera attraverso un continuo cortocircuito tra la vitalità gioiosa dell'ambiente ("I fiori, spruzzati / di colori", vv. 6-7; "le rondini / canteranno", vv. 10-11) e l'angoscia interiore. Il "tumulto delle strade" (v. 4) non intacca l'"aria ferma" (v. 5), creando un senso di irrealtà e di isolamento. L'atmosfera culmina nella "luce smarrita" (v. 23), un ossimoro implicito che fonde la chiarezza del mattino con lo smarrimento esistenziale del poeta, preparando la rivelazione finale della donna, anch'essa "ferma e chiara" (v. 24) come il paesaggio che la incarna.
Interpretazione
Sulla base dell’analisi da te condotta e facendo riferimento alla produzione di Pavese e/o di altri autori o forme d’arte a te noti, elabora una tua riflessione sulle modalità con cui scrittori e artisti in generale proiettano i propri sentimenti sull’ambiente circostante e sulla natura.
La lirica Passerò per Piazza di Spagna, appartenente alla raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), costituisce un esempio paradigmatico di come la letteratura e l'arte utilizzino il paesaggio non come mero sfondo decorativo, ma come cassa di risonanza dell'interiorità dell'autore. In Pavese, la città di Roma perde i suoi connotati puramente geografici per trasfigurarsi in un luogo mitico, un'estensione fisica della donna amata. Constance Dowling non è semplicemente ricordata in quel luogo; ella è quel luogo. La sua essenza "ferma e chiara" si sostanzia nella pietra, nel cielo e nell'aria della piazza, dimostrando come il sentimento amoroso, specie se non corrisposto e venato di tragicità, abbia il potere di plasmare e ri-significare la realtà oggettiva.
Questa modalità di proiezione dei sentimenti sull'ambiente circostante attraversa l'intera storia della letteratura e dell'arte, assumendo declinazioni diverse a seconda delle epoche e delle poetiche.
mindmap
root((Proiezione dei sentimenti
sul paesaggio))
Cesare Pavese
Paesaggio mitico
La donna diventa la città
"Ferma e chiara"
Eugenio Montale
Correlativo oggettivo
Natura scabra ed essenziale
"Meriggiare pallido e assorto"
Francesco Petrarca
Natura complice e custode
Memoria idealizzata
"Chiare, fresche et dolci acque"
Arti Figurative
Espressionismo
Edvard Munch (L'Urlo)
Deformazione del reale
Risalendo alla tradizione lirica italiana, il capostipite di questa tendenza è Francesco Petrarca. Nella celebre canzone Chiare, fresche et dolci acque, il paesaggio naturale di Valchiusa non esiste in sé, ma esclusivamente in funzione di Laura. L'acqua, i rami e l'erba conservano l'impronta sacralizzata della donna; la natura diventa un reliquiario della memoria amorosa, un luogo idealizzato che risponde al bisogno di consolazione del poeta.
Tuttavia, è nel Novecento che il rapporto tra paesaggio e stato d'animo si fa più aspro e problematico, allontanandosi dall'idealizzazione romantica o petrarchesca. Un confronto ineludibile è quello con Eugenio Montale e la sua tecnica del "correlativo oggettivo", derivata da T.S. Eliot. Se Pavese mitizza il paesaggio romano facendolo coincidere con l'amata, Montale, in raccolte come Ossi di seppia, proietta il proprio "male di vivere" su una natura ligure scabra, arida e ostile. Il sentimento di prigionia esistenziale non viene descritto astrattamente, ma si materializza in oggetti concreti: il "rivo strozzato", la "foglia riarsa", o la muraglia che ha in cima "cocci aguzzi di bottiglia". In Montale, il paesaggio non è un'epifania amorosa, ma la certificazione di una condanna esistenziale.
La trasfigurazione dell'ambiente in base ai moti dell'animo trova riscontri evidenti anche nelle arti figurative, in particolare nell'Espressionismo. Si pensi a L'Urlo di Edvard Munch: in quest'opera, il paesaggio del fiordo norvegese perde ogni connotato realistico per deformarsi in linee ondulate e colori innaturali (il cielo rosso sangue). La natura stessa sembra partecipare all'angoscia del protagonista, diventando la materializzazione visiva di un attacco di panico. Come in Pavese il "tumulto del cuore" diventa il "tumulto delle strade", in Munch il grido interiore dell'uomo fa vibrare e distorce l'intero universo circostante.
In conclusione, l'operazione condotta da Pavese in Passerò per Piazza di Spagna si inserisce in una profonda necessità umana e artistica: quella di superare il confine tra soggetto e oggetto. Quando l'emozione — sia essa l'amore totalizzante, il ricordo, o l'angoscia — raggiunge un'intensità non più contenibile nell'interiorità, essa esonda, investendo il mondo esterno. Il paesaggio cessa così di essere materia inerte e si fa linguaggio, specchio e, in ultima istanza, carne stessa del poeta.
Tipologia C1
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia C1 di Maturità
Materia: Italiano 2026
La traccia richiede di elaborare una riflessione critica a partire da un articolo di Wenke Husmann, incentrato sulla perdita della capacità di meravigliarsi nell'età adulta a causa dell'approccio razionale e scientifico alla realtà. Si chiede di discutere la tesi dell'autrice, di rispondere all'interrogativo se esista una "versione adulta dell'incanto" attingendo alle proprie esperienze, e di strutturare il testo in paragrafi dotati di titolo, sotto un titolo complessivo.
Di seguito si propone uno schema concettuale che traccia lo sviluppo argomentativo dell'elaborato:
mindmap
root((La Meraviglia))
Infanzia
Stupore istintivo
Assenza di filtri
Pensiero magico
Disincanto
Razionalità illuminista
Spiegazione scientifica
Abitudine e routine
Incanto Adulto
Consapevolezza
Complessità del reale
Sintesi tra scienza ed emozione
L'incanto della ragione: la meraviglia nell'età adulta tra scienza e contemplazione
Il paradigma del disincanto e la nostalgia dell'infanzia
Il brano di Wenke Husmann pone il lettore di fronte a una dicotomia profonda e intimamente radicata nella cultura occidentale contemporanea: il contrasto tra lo stupore puro, istintivo e pre-razionale dell'infanzia e il disincanto tipico dell'età adulta. Osservando la figlia estasiata di fronte alle luci dell'aurora boreale, l'autrice sperimenta una forma di "nostalgia, o forse addirittura invidia" per quella capacità di cogliere la magia del mondo senza l'intermediazione del pensiero analitico. Il testo individua nell'Illuminismo e nel metodo scientifico i responsabili di questa perdita: l'aver ricondotto ogni fenomeno a una "spiegazione razionale" avrebbe privato la natura del suo afflato mitologico. È il processo che il sociologo Max Weber, all'inizio del Novecento, definì celebremente come "disincanto del mondo" (Entzauberung der Welt): la consapevolezza che non esistono forze misteriose e incalcolabili, ma che tutte le cose possono essere dominate dalla ragione. In questa prospettiva, l'autrice giunge a ipotizzare che "un mondo dove si può spiegare ogni magia è un mondo terribilmente triste". Tuttavia, tale visione, per quanto umanamente comprensibile e diffusa, rischia di fondarsi su un presupposto limitante, ovvero l'idea che la conoscenza uccida l'emozione.
La scienza come amplificatore dello stupore
Condividere appieno il timore dell'autrice significherebbe accettare che l'ignoranza dei meccanismi naturali sia l'unico requisito per provare meraviglia. Al contrario, si può argomentare che la scienza non annulli l'incanto, ma ne modifichi semplicemente la natura, innalzandolo a un livello superiore. Sapere che l'aurora boreale non è il respiro di un dio nordico, ma "la collisione tra gli elettroni e gli atomi dell'atmosfera" innescata dal vento solare a milioni di chilometri di distanza, non sminuisce la bellezza visiva del fenomeno; semmai, vi aggiunge una vertigine cosmica. L'esperienza personale insegna che la comprensione dei fenomeni non esaurisce il mistero, ma lo sposta su una scala più vasta. Osservare un cielo stellato sapendo che la luce percepita in quell'istante è partita milioni di anni fa, o guardare una foglia comprendendo il miracolo biochimico della fotosintesi, genera uno stupore che non ha nulla da invidiare al "wow" infantile. La meraviglia adulta non nasce dall'incomprensione, ma dalla consapevolezza dell'infinita complessità e dell'equilibrio improbabile che regge l'universo. Come sosteneva Albert Einstein, chi non è più in grado di provare stupore e di restare estasiato dalla reverenza è come se fosse morto; e questo stupore, per il fisico, derivava proprio dall'intelligibilità del cosmo, non dalla sua oscurità.
La versione adulta dell'incanto: consapevolezza e fragilità
Rispondendo all'interrogativo posto dall'autrice – "Esiste una versione adulta dell'incanto?" – la risposta è affermativa, ma richiede un cambio di paradigma. L'incanto adulto esiste e si chiama consapevolezza. Se il bambino si meraviglia per l'effetto estetico e immediato di un fenomeno, l'adulto si meraviglia per la rete di relazioni che lo rende possibile. L'incanto adulto si manifesta quando, superata l'abitudine e la routine quotidiana, ci si ferma a contemplare la fragilità e l'interconnessione della vita. Un'esperienza emblematica, in tal senso, può essere l'osservazione di un ecosistema naturale, come un bosco o un tratto di costa. L'adulto che ha studiato, che ha sviluppato il "pensiero critico" evocato nel testo, non vede solo alberi o onde, ma percepisce il delicato equilibrio termodinamico e biologico che permette a quell'ambiente di esistere. Questa forma di meraviglia è spesso accompagnata da un senso di responsabilità e di cura, sentimenti estranei all'incanto infantile, che è per sua natura egocentrico. L'incanto adulto è dunque un'emozione complessa, in cui la bellezza estetica si fonde con la vertigine intellettuale e con il senso del limite umano.
Oltre il riduzionismo: il mistero insondabile della realtà
In conclusione, la tristezza paventata da Wenke Husmann di fronte a un mondo "dove si può spiegare ogni magia" deriva da un'interpretazione riduzionistica della scienza. La conoscenza umana, per quanto vasta, illumina solo una piccola porzione del reale, allargando al contempo i confini dell'ignoto. La vera versione adulta dell'incanto risiede nella capacità di unire la razionalità alla contemplazione. È la stessa sintesi che si ritrova nel pensiero di Immanuel Kant, il quale, pur essendo uno dei massimi esponenti della ragione illuminista, chiudeva la sua Critica della ragion pratica confessando la sua inesauribile meraviglia di fronte a due sole cose: "il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me". L'adulto, dunque, non deve rinunciare alla spiegazione razionale per ritrovare la magia, ma deve imparare a guardare attraverso di essa, riscoprendo che il fatto stesso che il mondo esista e sia comprensibile è, di per sé, il più grande degli incanti.
Tipologia B
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia B (Proposta B1) di Maturità
Materia: Italiano 2026
La presente proposta di soluzione affronta la Tipologia B1, incentrata sul discorso di insediamento di Giuseppe Saragat all'Assemblea Costituente (26 giugno 1946). La prima parte della prova richiede la comprensione e l'analisi degli snodi concettuali del testo, focalizzandosi sulla visione etica e sostanziale della democrazia. La seconda parte prevede la stesura di un testo argomentativo che, a partire dalle parole dell'autore, rifletta sul valore e sulla fragilità delle istituzioni democratiche.
Comprensione e analisi
1. Riassumi il contenuto del brano proposto nei suoi snodi tematici essenziali.
Il brano si articola attorno a tre nuclei tematici fondamentali. In primo luogo, Saragat fissa il presupposto di ogni ordinamento civile: senza la partecipazione attiva e l'adesione morale del popolo ai valori democratici, il progresso umano si arresta e le conquiste storiche rischiano di crollare. Nel secondo snodo, l'autore si rivolge direttamente ai deputati della Costituente, investendoli di una missione solenne: superare la concezione puramente procedurale della democrazia (intesa come mero calcolo di maggioranze e minoranze o freddo equilibrio di poteri) per infonderle un "volto umano" e un'"anima", facendosi carico delle sofferenze passate e delle speranze future della Nazione. Infine, il testo si chiude con un'esortazione a farsi guidare dalla "fiamma della libertà e della giustizia" per superare le tenebre del recente passato e affrontare il difficile percorso di ricostruzione morale e materiale dell'Italia.
2. Individua quali sono gli ‘altri doveri’ che, a giudizio di Giuseppe Saragat, ‘sovrastano’ l'Assemblea Costituente.
Sebbene l'espressione letterale "altri doveri" sottenda a un passaggio più ampio del discorso originale, dal frammento proposto emerge con chiarezza che i doveri supremi che "sovrastano" l'Assemblea vanno ben oltre la mera stesura tecnica di una carta costituzionale. Ai padri costituenti "tocca dare un volto alla Repubblica, un'anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà". Essi hanno il dovere morale di tradurre le "speranze di tutta la Nazione" in un assetto statale che non sia solo un "armonico equilibrio di poteri", ma che si fondi sulla giustizia sociale e sulla solidarietà, redimendo così le "sofferenze di milioni di italiani".
3. Per quale motivo la democrazia ‘è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo’?
Per Saragat, la democrazia cessa di essere un concetto astratto e diventa "un problema di rapporti fra uomo e uomo" perché deve necessariamente possedere un "volto umano". L'autore rifiuta l'idea di una democrazia ridotta a una formula matematica ("non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza") o a una meccanica istituzionale. Al contrario, essa si fonda sull'empatia, sul riconoscimento reciproco e sulla dignità dell'individuo. La democrazia è intesa come un patto di solidarietà civile in cui le istituzioni si fanno carico dei bisogni reali delle persone, garantendo che i diritti politici siano inestricabilmente legati al rispetto e alla tutela dell'essere umano nella sua concretezza.
4. A quali eventi si riferisce, a tuo giudizio, Saragat con l'espressione la ‘pesante eredità di miserie e di dolori’?
Con l'espressione "pesante eredità di miserie e di dolori", metaforicamente ripresa poco dopo dall'immagine della "grigia penombra da cui siamo circondati", Saragat fa un inequivocabile riferimento ai drammi storici appena conclusisi nel 1946. Si riferisce al ventennio della dittatura fascista, che aveva soppresso le libertà civili e politiche, alla tragedia della Seconda guerra mondiale, all'occupazione nazifascista e alla sanguinosa guerra di Liberazione. Questa eredità non è costituita solo dalle macerie materiali delle città bombardate, ma soprattutto dalle ferite morali, dalla povertà diffusa e dai lutti che gravavano sulla popolazione italiana.
Produzione
Il 26 giugno 1946, di fronte a un'Italia ridotta in macerie materiali e morali, Giuseppe Saragat pronuncia parole che trascendono la contingenza storica per farsi manifesto universale: la democrazia non è un traguardo acquisito per inerzia, ma un processo vitale che necessita di un "volto umano" e di un'"anima". A quasi ottant'anni da quel discorso, la riflessione sulla natura della democrazia appare non solo attuale, ma urgente. La tesi che si intende sostenere è che la democrazia, per sopravvivere alle sfide della contemporaneità, non può limitarsi a essere un guscio procedurale e istituzionale, ma deve inverarsi quotidianamente nella giustizia sociale, nella partecipazione attiva e nella tutela sostanziale dei diritti umani.
Per comprendere appieno la portata dell'argomentazione, è utile schematizzare la dicotomia concettuale proposta da Saragat, che contrappone una visione meccanicistica a una visione etica dello Stato:
flowchart TD
A[La Democrazia] --> B(Dimensione Procedurale)
A --> C(Dimensione Sostanziale)
B --> D[Equilibrio dei poteri]
B --> E[Rapporto Maggioranza/Minoranza]
C --> F[Adesione morale del popolo]
C --> G[Libertà e Giustizia sociale]
C --> H[Tutela della dignità umana]
D -.-> I{Rischio: Svuotamento etico}
E -.-> I
F ===> J{Obiettivo: Progresso umano}
G ===> J
H ===> J
Il primo snodo argomentativo riguarda proprio il superamento della cosiddetta "democrazia formale". Saragat ammonisce che la democrazia "non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza". Questa intuizione anticipa le riflessioni di politologi contemporanei come Norberto Bobbio, il quale ha più volte ribadito che le regole del gioco democratico (il suffragio universale, il principio di maggioranza) sono condizione necessaria ma non sufficiente. Se una maggioranza, democraticamente eletta, decidesse di sopprimere i diritti di una minoranza, staremmo assistendo a quella che Alexis de Tocqueville definiva la "tirannide della maggioranza". Affinché la democrazia abbia un'anima, le procedure devono essere subordinate a valori inviolabili, sanciti proprio dalla Costituzione che quell'Assemblea si apprestava a scrivere.
In secondo luogo, la democrazia deve avere un "volto umano", espressione che richiama direttamente la dimensione della giustizia sociale. Le "sofferenze di milioni di italiani" citate da Saragat non erano solo politiche, ma economiche. Un cittadino oppresso dalla miseria, dall'ignoranza o dallo sfruttamento lavorativo non è un cittadino pienamente libero. È questo il principio che troverà la sua massima espressione nell'articolo 3 della Costituzione italiana, che impone alla Repubblica di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" che limitano la libertà e l'uguaglianza. Oggi, di fronte a disuguaglianze economiche crescenti, alla precarietà lavorativa e all'emarginazione delle periferie, la democrazia rischia di perdere il suo volto umano, generando sfiducia e allontanando i cittadini dalla partecipazione politica.
Infine, occorre riflettere sulla "grigia penombra" che minaccia costantemente le conquiste storiche. Saragat avvertiva che senza l'adesione del popolo, le istituzioni "sono insidiate e minacciate di rovina". Nel contesto odierno, questa penombra assume le forme dell'astensionismo dilagante, del populismo demagogico e della disinformazione digitale. Quando la politica si riduce a polarizzazione sterile sui social network, si smarrisce la "fiamma della libertà e della giustizia". La democrazia richiede fatica, studio, compromesso e memoria; è, per usare le parole del testo, un "cammino aspro, irto di ostacoli".
In conclusione, il discorso di Saragat ci consegna un'eredità impegnativa. La democrazia non è un monumento da ammirare, ma un cantiere perenne. Non basta votare per definirsi democratici; occorre coltivare un'etica pubblica fondata sul rispetto dell'altro e sulla solidarietà. Solo mantenendo viva questa consapevolezza, le nuove generazioni potranno agire come "figli devoti" di quella libertà conquistata a caro prezzo, assicurando che la Repubblica continui a mantenere, pur nelle tempeste della modernità, il suo volto profondamente umano.
Tipologia A2
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia A2 di Maturità
Materia: Italiano 2026
La prova propone l'analisi di un estratto da I piaceri di Vitaliano Brancati, un'opera diaristica in cui l'autore riflette sul valore fondativo della memoria. Il testo si articola attorno all'idea che il ricordo sia l'unico strumento in grado di conferire profondità all'esistenza umana, salvandola dall'appiattimento di un presente effimero e fungendo da baluardo contro l'oblio, sia esso causato da epoche storiche oscure o da patologie individuali.
Comprensione e analisi
1. Riassumi il contenuto del brano proposto.
Il brano si apre con una riflessione filosofica sulla percezione del tempo: senza la memoria, la realtà si ridurrebbe a un "perpetuo presente", una superficie bidimensionale e "priva di spessore". È il ricordo a conferire "volume" e profondità al mondo. Successivamente, Brancati attribuisce alla memoria una funzione salvifica e sociale: conservare i ricordi lieti durante le "epoche infelici" è un dovere civico, paragonabile a custodire il fuoco o il ricordo della luce del sole in un mondo sprofondato nelle tenebre. Nella terza parte, l'autore confessa la propria ossessione personale per la conservazione dei ricordi, che cataloga e sorveglia con l'ausilio di "quaderni e quadernetti", paragonandosi a un avaro che conta le proprie monete. Infine, il testo si chiude con una drammatica riflessione sulle malattie della memoria, descritte come un furto "sacrilego" che priva l'individuo dell'unica vera proprietà inalienabile: il proprio passato e le proprie azioni.
2. Individua e analizza i riferimenti alla realtà naturale e le metafore ad essa ispirate cui fa ricorso l’autore per articolare il suo ragionamento.
Per tradurre concetti astratti in immagini tangibili, Brancati ricorre a precise metafore legate agli elementi naturali e fisici. Inizialmente, definisce il mondo privo di memoria come una "lastra priva di spessore", contrapponendovi il "volume immaginario" garantito dal ricordo. Successivamente, introduce l'immagine del "fuoco in un paese privo di fiammiferi e di pietre focaie" per illustrare l'utilità di chi preserva i ricordi lieti: il fuoco rappresenta il calore vitale e la speranza in un contesto di desolazione. La metafora naturale più estesa è tuttavia quella metereologica: l'autore immagina un mondo in cui "il cielo sia coperto di nuvole" per cento anni, rendendo il giorno "tenebroso poco meno della notte". In questo scenario distopico, il vecchio centenario che ricorda la "luce del sole" diventa il custode di un "bene comune". La natura (il sole, le nuvole, il fuoco) viene piegata a un uso allegorico per rappresentare le epoche storiche: la luce coincide con la felicità e la libertà, le tenebre con l'oppressione e la disperazione.
3. Commenta la frase ‘Io ho l’abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi, e la notte svegliarmi per paura che me ne manchi uno’.
In questo passaggio, Brancati utilizza la similitudine dell'avaro per descrivere il proprio rapporto con il passato. I ricordi vengono reificati, trasformati in monete d'oro ("marenghi") di inestimabile valore. L'atteggiamento dell'autore non è quello di un nostalgico passivo, ma di un custode ossessivo e vigile. I verbi utilizzati ("sorvegliare", "contare", "svegliarmi per paura") denotano un'ansia di perdita e una dedizione totalizzante. La memoria, per Brancati, richiede un esercizio attivo e faticoso ("ravvivare i ricordi più deboli"): non è una facoltà automatica, ma un patrimonio che rischia costantemente di disperdersi se non viene difeso con "cura meticolosa".
4. ‘Quale mano di ladro può essere cosí sacrilega ...’: spiega il senso dell’aggettivo utilizzato da Brancati.
L'aggettivo "sacrilega" è la chiave di volta dell'ultima sequenza del testo. Il sacrilegio è, per definizione, la profanazione di una realtà sacra. Attribuendo questo aggettivo alla malattia (la "mano di ladro") che ruba i ricordi, Brancati innalza la memoria a una dimensione di sacralità laica. L'identità dell'individuo, costituita dalle "cose che abbiamo fatte", è il suo tempio interiore ("nel più interno di noi stessi"). La perdita della memoria non è dunque descritta solo come un decadimento biologico o clinico, ma come una violenza spirituale inaccettabile, un'espropriazione che annienta l'essenza stessa dell'essere umano, rendendo precario ciò che sembrava destinato ad appartenerci "per la vita e per la morte".
Interpretazione
La riflessione di Vitaliano Brancati si inserisce nel solco di una profonda indagine novecentesca sul tempo e sull'identità, ma si distingue per la sua spiccata vocazione etica e relazionale. Se in autori come Marcel Proust la memoria (nella sua forma involontaria) è lo strumento per il recupero di un'essenza individuale sottratta al flusso distruttivo del tempo, in Brancati essa assume i contorni di un imperativo categorico e di un dovere collettivo. Il ricordo non è soltanto il "volume" che dà spessore alla singola esistenza, ma è il tessuto connettivo che lega indissolubilmente le generazioni, permettendo la trasmissione di un "bene comune".
flowchart TD
A[La Memoria secondo Brancati] --> B(Dimensione Individuale)
A --> C(Dimensione Collettiva)
B --> D[Conferisce 'volume' al presente]
B --> E[Custodisce l'identità personale]
C --> F[Ponte tra le generazioni]
C --> G[Resistenza contro le 'epoche infelici']
F --> H{Il Vecchio Centenario}
G --> H
H --> I[Trasmissione della 'luce del sole' ai giovani]
L'immagine del vecchio centenario, circondato da un'umanità che non ha mai conosciuto la luce del sole, è l'emblema di questa trasmissione intergenerazionale. Brancati, scrivendo nel secondo dopoguerra, ha ben presenti le "epoche infelici" caratterizzate dai totalitarismi e dalla distruzione bellica. In questo contesto, l'anziano non è una figura marginale o obsoleta, ma il perno della sopravvivenza spirituale della comunità. Egli è il testimone. Questa dinamica trova un'eco potentissima nella letteratura memorialistica legata alla Shoah. Si pensi all'opera di Primo Levi o all'impegno civile di figure contemporanee come Liliana Segre: il superstite, colui che ha memoria di ciò che è stato (sia esso il buio del lager o, per contrasto, la luce della civiltà precedente), ha il compito di narrare affinché la generazione successiva non si abitui a un "giorno tenebroso". La memoria diventa così un atto di resistenza contro l'assuefazione al male.
Inoltre, l'intuizione di Brancati sul rischio di vivere in un "perpetuo presente" appare oggi di un'attualità sconcertante. La società contemporanea, definita "liquida" dal sociologo Zygmunt Bauman, è caratterizzata da una contrazione del tempo storico a favore di un istante continuo, dominato dalla velocità dei media digitali e dall'obsolescenza rapida delle informazioni. In questo scenario, il mondo rischia nuovamente di trasformarsi in quella "lastra priva di spessore" temuta dallo scrittore siciliano. I giovani, immersi in un flusso di dati senza storicità, necessitano del confronto con le generazioni precedenti per acquisire quel "volume immaginario" che permette di contestualizzare il presente e progettare il futuro.
Il confine tra le generazioni, dunque, non deve essere inteso come una barriera anagrafica o una frattura incomunicabile, bensì come una soglia di scambio. La "mano di ladro" che ruba i ricordi non si manifesta solo nelle patologie degenerative che colpiscono i singoli individui, ma anche nell'amnesia culturale che colpisce intere società. Sorvegliare la memoria, come l'avaro di Brancati conta i suoi marenghi, significa riconoscere che il passato non è un peso di cui liberarsi, ma la grammatica fondamentale per decifrare il presente. Solo mantenendo vivo il dialogo tra chi ha visto la "luce del sole" e chi è nato sotto le nuvole, l'umanità può preservare la speranza e il desiderio di tornare a rivederla.
Tipologia A
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia A di Maturità
Materia: Italiano (2026)
La prova propone l'analisi della lirica Passerò per Piazza di Spagna di Cesare Pavese, dedicata all'attrice Constance Dowling. La prima parte del quesito richiede la comprensione del testo e l'analisi stilistico-lessicale del componimento, con particolare attenzione all'uso dei tempi verbali e all'atmosfera evocata. La seconda parte, di carattere interpretativo, invita a riflettere sul tema della proiezione dei sentimenti umani sull'ambiente circostante, richiedendo opportuni collegamenti letterari e artistici.
Comprensione e analisi
1. Presenta sinteticamente il contenuto della poesia.
Il componimento descrive una passeggiata immaginaria, o proiettata nel futuro, del poeta attraverso Piazza di Spagna a Roma, in una limpida mattina. Il paesaggio urbano, caratterizzato da elementi architettonici e naturali (le strade, il colle, i pini, le fontane, le scale), si anima e partecipa emotivamente all'attesa del poeta. La vitalità della città e il rumoreggiare dell'acqua riflettono l'agitazione interiore dell'io lirico, il cui cuore batte in modo sussultante all'idea di un incontro. La poesia si chiude con l'epifania della donna amata, la cui apparizione finale placa il tumulto interiore ed esteriore, imponendosi come una presenza assoluta, "ferma e chiara".
2. Analizza le scelte espressive dell'autore, con particolare riferimento all'uso dei tempi verbali e al lessico.
Dal punto di vista verbale, la lirica è dominata in modo assoluto dal tempo futuro ("Sarà", v. 1; "S'apriranno", v. 2; "muterà", v. 5; "occhieggeranno", v. 8; "canteranno", vv. 11 e 13; "batterà", v. 14; "salirà", v. 17; "sapranno", v. 18; "Sarai", v. 24). Questa scelta proietta l'intera scena in una dimensione di attesa, di profezia o di illusione: l'incontro non è un dato reale e presente, ma una visione mentale intensamente desiderata.
Sul piano lessicale, Pavese fonde elementi del paesaggio urbano ("strade", "pietra", "fontane", "scale", "terrazze", "finestre") con elementi naturali ("cielo", "pini", "fiori", "rondini", "sole", "acqua"). È notevole l'uso della personificazione e della sinestesia per animare lo spazio: i fiori "occhieggeranno come donne / divertite" (vv. 8-9), le scale e le rondini "canteranno" (v. 11), le finestre "sapranno / l'odore della pietra" (vv. 18-19). La sintassi, franta da frequenti enjambement (vv. 6-7, 8-9, 18-19), dilata il ritmo, mentre la ripetizione di parole chiave ("tumulto", "pietra", "cuore", "fontane") conferisce al testo una musicalità ossessiva e circolare.
3. Quale significato può essere attribuito alle espressioni 's'apriranno/ s'aprirà'?
Il verbo "aprirsi", reiterato nel testo (vv. 2, 12, 20), assume una duplice valenza, letterale e metaforica. In senso letterale, indica lo schiudersi dello spazio fisico davanti al poeta che cammina: le strade che si allargano verso il colle, la via che si fa percorrere, la porta che viene aperta. In senso metaforico e psicologico, l'espressione denota una rivelazione epifanica, un varco che si dischiude nell'anima del poeta. Rappresenta l'apertura alla speranza, l'attesa fiduciosa di un incontro che possa liberare l'io dalla propria solitudine, permettendo alla luce e all'amore di irrompere nella sua esistenza.
4. Quale atmosfera viene tratteggiata nella lirica? Rispondi con puntuali riferimenti al testo.
L'atmosfera della lirica è sospesa, luminosa e al contempo carica di tensione emotiva. Pavese costruisce un netto contrasto tra la staticità cristallina del mattino romano e il movimento agitato della vita e dei sentimenti. Da un lato, vi è la limpidezza oggettiva del paesaggio ("cielo chiaro", v. 1; "aria ferma", v. 5; "aria / mattutina", vv. 19-20); dall'altro, vi è il dinamismo sonoro e vitale ("tumulto delle strade", vv. 4 e 21; "cuore batterà sussultando", v. 14). L'atmosfera è quasi onirica e visionaria: la città diventa una cassa di risonanza per l'interiorità del poeta, fino al momento in cui il caos ("luce smarrita", v. 23) si risolve nell'immagine statuaria e pacificatrice della donna amata ("ferma e chiara", v. 24), che assorbe in sé le qualità stesse del paesaggio.
Interpretazione
La lirica Passerò per Piazza di Spagna si inserisce nel solco dell'ultima produzione pavesiana (confluita poi nella raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), segnata dal tragico e non corrisposto amore per Constance Dowling. In questo componimento emerge con chiarezza una delle dinamiche più affascinanti della letteratura e dell'arte: la proiezione dei sentimenti dell'autore sull'ambiente circostante. Pavese opera una totale sovrapposizione tra il paesaggio urbano di Roma e il proprio stato d'animo, dichiarando esplicitamente che "Il tumulto delle strade / sarà il tumulto del cuore" (vv. 21-22). La natura e l'architettura non sono un mero sfondo decorativo, ma partecipano attivamente al dramma interiore dell'io lirico.
Questa modalità di trasfigurazione del reale, in cui il paesaggio diventa specchio dell'anima (il cosiddetto "paesaggio-stato d'animo"), attraversa l'intera storia della letteratura. Basti pensare a Francesco Petrarca, che in Chiare, fresche et dolci acque rende la natura complice e custode del ricordo di Laura, trasfigurando l'ambiente naturale in uno spazio sacro e interiorizzato. Nel Romanticismo, tale corrispondenza assume contorni più drammatici: in Giacomo Leopardi, la natura passa dall'essere uno specchio delle illusioni giovanili (come l'ambiente paesano in A Silvia o ne Il passero solitario) a un'entità matrigna e indifferente alle sofferenze umane (La ginestra), segnando una frattura incolmabile tra l'io e il mondo.
Nel Novecento, la proiezione dei sentimenti sull'ambiente si evolve nella tecnica del "correlativo oggettivo", magistralmente impiegata da Eugenio Montale. In raccolte come Ossi di seppia, il paesaggio ligure, aspro, brullo e disseccato dal sole (si pensi a Meriggiare pallido e assorto), non è semplicemente descritto, ma diventa l'incarnazione fisica e tangibile del "male di vivere" e dell'aridità esistenziale dell'uomo contemporaneo. A differenza di Montale, in cui l'oggetto è l'emozione, in Pavese persiste una componente mitica e antropomorfica: le pietre, i fiori e le fontane di Roma sono dotati di una volontà quasi umana, partecipando all'attesa del poeta.
Anche nelle arti figurative la natura funge da cassa di risonanza dell'interiorità. Nel Romanticismo pittorico di Caspar David Friedrich (Viandante sul mare di nebbia), l'immensità e la turbolenza del paesaggio naturale riflettono il senso del sublime e lo struggimento (la Sehnsucht) dell'individuo. Successivamente, con l'Espressionismo, la proiezione diventa deformazione: ne L'urlo di Edvard Munch, il paesaggio circostante perde i suoi connotati oggettivi per contorcersi e fondersi con l'angoscia del protagonista, in un vortice di linee e colori innaturali che materializzano il panico interiore.
In conclusione, la tendenza a proiettare i propri sentimenti sull'ambiente risponde a un bisogno primordiale dell'essere umano: quello di non sentirsi estraneo al mondo, di cercare nel cosmo un'eco del proprio dolore o della propria speranza. In Pavese, questa ricerca si traduce nell'illusione che la bellezza eterna e "ferma" di Roma possa coincidere con l'apparizione della donna amata, in un disperato tentativo di dare ordine e chiarezza al "tumulto" di un'esistenza destinata, tragicamente, alla solitudine.
Tipologia B1
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia B1 di Maturità
Materia: Italiano 2026
La prova richiede l'analisi e la produzione di un testo argomentativo a partire dal discorso di insediamento di Giuseppe Saragat alla Presidenza dell'Assemblea Costituente, pronunciato il 26 giugno 1946. La prima parte della prova è incentrata sulla comprensione degli snodi tematici e politici del discorso; la seconda parte richiede l'elaborazione di una riflessione personale, in forma di saggio o articolo, sul valore, il significato e le sfide della democrazia.
Comprensione e analisi
1. Riassumi il contenuto del brano proposto nei suoi snodi tematici essenziali.
Il brano si articola attorno al fondamento etico e politico della nascente Repubblica Italiana. Saragat esordisce sottolineando la necessità imprescindibile dell'adesione popolare ai principi democratici, senza la quale ogni progresso umano e civile risulta impossibile. Successivamente, investe i deputati della Costituente di una missione solenne: dare "un volto alla Repubblica" e "un'anima alla democrazia". Il discorso evidenzia poi come la democrazia non sia un mero meccanismo procedurale o un freddo equilibrio di poteri, ma debba possedere un "volto umano", fondandosi sul rispetto reciproco. Infine, il testo si chiude con un'esortazione a superare le tenebre del recente passato ("la grigia penombra") per incamminarsi, pur tra le difficoltà di un "cammino aspro", verso un futuro illuminato dalla libertà e dalla giustizia.
A corredo dell'analisi, si propone uno schema concettuale che sintetizza la visione dicotomica ma complementare della democrazia espressa dall'autore:
flowchart TD
A[Democrazia secondo Saragat] --> B(Dimensione Formale)
A --> C(Dimensione Sostanziale)
B --> D[Equilibrio dei poteri]
B --> E[Rapporto maggioranza/minoranza]
C --> F[Volto umano della Repubblica]
C --> G[Rapporto etico tra individui]
C --> H[Adesione popolare ai principi]
B -.-> |"Insufficienza se priva di anima"| C
2. Individua quali sono gli ‘altri doveri’ che, a giudizio di Giuseppe Saragat, ‘sovrastano’ l'Assemblea Costituente.
Nel quadro del discorso di Saragat, gli "altri doveri" che sovrastano l'Assemblea vanno ben oltre la mera stesura tecnica e giuridica della Carta costituzionale. Essi consistono nel profondo dovere morale e politico di farsi interpreti delle "sofferenze di milioni di italiani" e delle "speranze di tutta la Nazione". I padri costituenti hanno l'obbligo di infondere un'anima etica alle istituzioni, garantendo che il nuovo assetto statale non si limiti a una fredda architettura legale, ma si traduca in una democrazia sostanziale, capace di tutelare la dignità umana e di promuovere la giustizia sociale dopo il crollo del regime.
3. Per quale motivo la democrazia ‘è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo’?
Saragat afferma questo principio per rimarcare che la democrazia non si esaurisce nelle sue procedure formali, come il "rapporto fra maggioranza e minoranza" o l'"armonico equilibrio di poteri". Essa è, nella sua essenza più profonda, una questione relazionale ed etica. Affinché il sistema democratico sopravviva e prosperi, deve fondarsi sul mutuo riconoscimento, sul rispetto della dignità altrui e sulla solidarietà civile. Se viene a mancare questo tessuto connettivo umano, le istituzioni democratiche si svuotano di significato, diventando vulnerabili a derive autoritarie o tecnocratiche.
4. A quali eventi si riferisce, a tuo giudizio, Saragat con l'espressione la ‘pesante eredità di miserie e di dolori’?
Con l'espressione "pesante eredità di miserie e di dolori", l'autore si riferisce in modo inequivocabile alla tragica parabola storica che l'Italia aveva appena attraversato. Il riferimento primario è al ventennio della dittatura fascista, che aveva soppresso le libertà civili e politiche, e alla devastazione della Seconda guerra mondiale, culminata nella sanguinosa guerra di Liberazione. Questa eredità comprende non solo le macerie materiali e il collasso economico del Paese, ma soprattutto le profonde ferite morali, i lutti e le lacerazioni sociali lasciate da un conflitto fratricida e dalle persecuzioni.
Produzione
Il discorso pronunciato da Giuseppe Saragat il 26 giugno 1946, all'atto del suo insediamento come Presidente dell'Assemblea Costituente, non rappresenta soltanto un documento storico di inestimabile valore, ma costituisce un monito di stringente attualità sulla natura e sulla fragilità delle istituzioni democratiche. In un'Italia ancora segnata dalle macerie materiali e morali del nazifascismo, Saragat tracciava una linea di demarcazione netta: la democrazia non può risolversi in un mero algoritmo elettorale, ma deve farsi portatrice di un "volto umano". Questa visione sostanziale, e non solo formale, del vivere civile ci impone oggi di riflettere su cosa significhi realmente abitare uno spazio democratico nel ventunesimo secolo.
La tesi di fondo che emerge dalle parole del Costituente è che la democrazia sia, prima di ogni altra cosa, un fatto relazionale ed etico. Quando Saragat avverte che essa "non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza", anticipa e neutralizza il rischio di quella che Alexis de Tocqueville definiva la "tirannide della maggioranza". Se il sistema democratico venisse ridotto a una fredda conta dei voti, le minoranze potrebbero essere schiacciate in nome di una presunta volontà generale. Al contrario, il vero presidio della libertà risiede nel riconoscimento dell'altro, in quel "rapporto fra uomo e uomo" che fonda la convivenza sul rispetto inalienabile della dignità umana. È questa l'anima che i padri costituenti hanno voluto infondere nella nostra Repubblica, traducendola poi nei principi fondamentali della Costituzione, dove i diritti inviolabili dell'individuo si saldano indissolubilmente ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (Art. 2 della Costituzione).
Oggi, tuttavia, questa dimensione empatica e relazionale appare profondamente minacciata. Viviamo in un'epoca caratterizzata da una crescente disintermediazione e da una polarizzazione del dibattito pubblico, esacerbata dalle dinamiche delle piattaforme digitali. Il "rapporto fra uomo e uomo" si è spesso trasformato in uno scontro tra identità virtuali chiuse in echo chambers, dove l'avversario politico non è più un interlocutore da rispettare, ma un nemico da annientare. In questo contesto, l'invito di Saragat a dare "un'anima alla democrazia" risuona come un antidoto contro il cinismo, il populismo e l'astensionismo che svuotano le istituzioni dal basso. La disaffezione dei cittadini verso la politica nasce proprio dalla percezione di un apparato burocratico distante, privo di quel "volto umano" che dovrebbe invece caratterizzare l'azione pubblica.
Inoltre, il cammino democratico è, per sua stessa natura, un "cammino aspro, irto di ostacoli". La democrazia è un sistema faticoso perché richiede mediazione, pazienza, tolleranza e, soprattutto, memoria. Come ricordava il filosofo Norberto Bobbio, le democrazie sono sempre in pericolo, poiché si fondano su regole di tolleranza che possono essere sfruttate e sovvertite dai nemici della democrazia stessa. La "pesante eredità di miserie e di dolori" a cui faceva riferimento Saragat non è un capitolo chiuso negli archivi del Novecento, ma un monito permanente: i diritti acquisiti non sono garantiti per inerzia, ma esigono una manutenzione quotidiana attraverso la partecipazione attiva e l'educazione civica delle nuove generazioni.
In conclusione, la democrazia non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un processo in continuo divenire, un cantiere perennemente aperto. Le parole pronunciate all'alba della Repubblica ci ricordano che il progresso umano e la tenuta delle istituzioni dipendono intimamente dalla nostra capacità di restare umani, di riconoscere le istanze altrui e di farcene carico collettivamente. Solo mantenendo viva questa "fiamma della libertà e della giustizia" sarà possibile continuare a percorrere quella strada verso libere altezze che l'Assemblea Costituente ha tracciato per noi, difendendo la Repubblica dalle insidie del presente.
Tipologia C
PROPOSTA DI SOLUZIONE — Tipologia C di Maturità
Materia: Italiano 2026
La traccia propone una riflessione a partire da un articolo della giornalista Wenke Husmann, la quale, osservando l'aurora boreale insieme alla figlia, si interroga sulla perdita dello stupore infantile nell'età adulta. L'autrice ipotizza che la spiegazione razionale e scientifica dei fenomeni naturali, eredità dell'Illuminismo, abbia privato il mondo della sua originaria magia, rendendolo "terribilmente triste", e chiede al lettore di riflettere sull'eventuale esistenza di una "versione adulta dell'incanto".
La grammatica dello stupore: scienza, natura e l'incanto dell'età adulta
L'eclissi dello stupore infantile
Il racconto di Wenke Husmann si apre con un'immagine di potente immediatezza: una bambina che, di fronte ai "giganteschi paesaggi di luce" dell'aurora boreale, stringe la mano della madre e non smette di esclamare "wow!". Questa reazione, pura e pre-verbale, incarna l'essenza dello stupore infantile, una condizione in cui il mondo viene esperito senza filtri, come una continua e inesauribile rivelazione. L'autrice, osservando la figlia sul "prato gelato", confessa di provare "una certa nostalgia, o forse addirittura invidia". È un sentimento universale: crescere significa inevitabilmente categorizzare la realtà per poterla abitare e dominare. L'abitudine, necessaria alla sopravvivenza e all'efficienza quotidiana, agisce come un anestetico sulla nostra percezione. Le "formiche che trasportavano pesi molto più grandi del loro" o "la consistenza del fango tra le dita", che un tempo catalizzavano la nostra totale attenzione, diventano dettagli invisibili sullo sfondo di una vita adulta orientata all'utile e al contingente. La perdita di questa meraviglia primigenia sembra configurarsi come il prezzo ineluttabile della maturazione.
Scienza e disincanto: una dicotomia apparente
Il nodo centrale della riflessione di Husmann risiede nell'imputare questa perdita di magia all'indagine scientifica. L'autrice sostiene che, da quando gli scienziati indagano il mondo empiricamente, "ogni sua meraviglia ha una spiegazione razionale", concludendo che "un mondo dove si può spiegare ogni magia è un mondo terribilmente triste". Questa prospettiva, che riecheggia il concetto weberiano di "disincanto del mondo", merita tuttavia di essere problematizzata. È davvero la scienza a uccidere lo stupore? Sapere che l'aurora boreale non è un "messaggio mitologico", bensì il risultato della "collisione tra gli elettroni e gli atomi dell'atmosfera", non svilisce affatto il fenomeno; al contrario, lo inserisce in una narrazione cosmica ancora più vasta e vertiginosa. Il fisico Richard Feynman, rispondendo a un amico artista che lo accusava di distruggere la bellezza di un fiore studiandolo al microscopio, obiettò che la scienza non sottrae bellezza, ma ne aggiunge. Comprendere la complessità cellulare, i processi evolutivi e le interazioni invisibili che permettono a un fiore di esistere o a un cielo di illuminarsi di "rosso, viola, verde" richiede un'immaginazione ben più ardita di quella necessaria per invocare l'intervento degli dèi. La scienza non esaurisce il mistero, ma ne sposta continuamente il confine, rivelando abissi di complessità che sfidano la nostra capacità di comprensione.
L'incanto adulto: la consapevolezza del limite
Rispondendo al quesito cruciale posto dall'autrice – "Esiste una versione adulta dell'incanto?" – si può affermare con convinzione di sì. Se lo stupore infantile nasce dall'ignoranza delle cause, l'incanto adulto scaturisce esattamente dall'opposto: dalla profonda consapevolezza della vastità del reale e della nostra piccolezza di fronte ad esso. È un incanto che non ha bisogno di ignorare la razionalità, ma che fiorisce proprio ai limiti di quest'ultima. Si tratta di un'esperienza affine al concetto di "sublime" teorizzato da Immanuel Kant: il sentimento misto di sgomento e attrazione che l'essere umano prova di fronte alla grandezza incommensurabile della natura (il cielo stellato) o alla sua potenza distruttrice. La versione adulta dell'incanto non consiste nel "saltellare in tondo come una bimba", ma in una contemplazione silenziosa e consapevole. È la vertigine intellettuale di chi comprende quanto sia statisticamente improbabile la vita sulla Terra, eppure constata che essa esiste. È un incanto che richiede uno sforzo attivo, un'intenzionalità dello sguardo che decide di soffermarsi, di rompere l'automatismo dell'abitudine per restituire spessore alle cose.
flowchart TD
A[Stupore Infantile] -->|Esperienza immediata e inconsapevole| B(Abitudine e Crescita)
B --> C{Approccio alla Realtà}
C -->|Spiegazione riduzionista| D[Disincanto e Noia]
C -->|Indagine scientifica e filosofica| E[Consapevolezza della Complessità]
E --> F[Incanto Adulto / Sublime]
D -.->|Nostalgia| A
F -->|Contemplazione attiva| G[Nuova Meraviglia]
Esperienza e contemplazione nel mondo contemporaneo
Nella mia esperienza personale, la riconquista di questo stupore è passata proprio attraverso la sottrazione del rumore di fondo che caratterizza la nostra epoca. In una società iper-connessa, dove ogni informazione è a portata di clic e lo schermo dello smartphone satura la nostra capacità visiva, il vero rischio non è l'eccesso di scienza, ma il deficit di attenzione. Ricordo un'escursione notturna in alta montagna, lontano dall'inquinamento luminoso delle città. Di fronte alla Via Lattea, la conoscenza scolastica delle galassie e degli anni luce non ha minimamente attenuato l'impatto emotivo di quella visione; semmai, sapere che stavo guardando la luce di stelle forse già estinte ha conferito a quel momento una sacralità laica, un senso di vertigine temporale. Come ci insegna Giacomo Leopardi ne L'infinito, è proprio a partire da un limite fisico e cognitivo (la siepe) che il pensiero può naufragare dolcemente nell'immensità. L'incanto adulto è dunque un atto di immaginazione che si nutre della realtà, non che fugge da essa.
Oltre il prato gelato
In conclusione, le considerazioni di Wenke Husmann colgono un timore legittimo e diffuso, ma si fermano sulla soglia di una dicotomia ingannevole. Non siamo condannati a scegliere tra una magia infantile e irrazionale e una razionalità adulta, arida e "terribilmente triste". Esiste una terza via, che è quella della meraviglia consapevole. L'adulto che sta sul "prato gelato" sotto "l'enormità del cielo notturno" ha il privilegio di poter unire l'emozione estetica alla comprensione intellettuale. Imparare di nuovo la meraviglia significa educare lo sguardo a non dare nulla per scontato, accettando che la spiegazione di un fenomeno non ne esaurisce mai il significato profondo. L'incanto adulto esiste: è la lucida e commossa gratitudine di poter essere, anche solo per un istante, testimoni coscienti dell'universo.
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